domenica 27 maggio 2012

Squarci di rosa





E vabbè.... Non posso più tenerlo nascosto....

Il libro con le 'nostre poesie' , i nostri Haiku.
L'haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e congiunzioni, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura e delle stagioni: per via dell'estrema brevità la composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d'immagine.  Soggetto dell'haiku sono scene rapide ed intense che rappresentano appunto, in genere, la natura e le emozioni che esse lasciano nell'animo dell'haijin (il poeta)

Il ricavato di €450.00 è andato alla Fondazione Bambino Gesù Onlus di Roma e ne sono felicissima!
Un grazie particolare a Giulia Rossi Giuliana Ravaglia, a Fiorella Giovannelli e consorte, a Simone Fieni ed a tutti i co-autori
Speriamo in ulteriori vendite e conseguente donazione




una briciola
in un mare bambino
squarci di rosa






mercoledì 23 maggio 2012

Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992)





Medaglia d'oro al valor civile
«Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale componente del 'pool antimafia', dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni.»


23 maggio 1992-23 maggio 2012
“Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
(Giovanni Falcone)




domenica 13 maggio 2012

Supplica a mia madre - Pier Paolo Pasolini





È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile...


Le immagini sono tratte da "Mamma Roma ", un film drammatico del 1962, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini ed interpretato da Anna Magnani.

mercoledì 11 aprile 2012

Cantico dei cantici di Marc Chagall





Oggi vi voglio parlare di un'opera che parla d'amore, una illustrazione del Cantico dei cantici di Chagall.
Ci troviamo di fronte un dialogo gioioso tra le varie dimensioni della realtà: un mondo animato di presenze molteplici. Tutto sembra dipartirsi dalla coppia in basso, la diagonale centrale unisce due emisferi della realtà, che non sono in reciproca opposizione ma che si richiamano e si riprendono a vicenda. Come è detto nel Cantico dei cantici, la testa della sposa è sul petto dello sposo, e la destra di lui l’abbraccia; verso l’alto, c’è un’altra coppia nello stesso atteggiamento – un re coronato, certamente Davide, assieme a Betsabea, la donna per la quale arse di passione fino a violare ogni legge umana e divina. C'è un libro aperto (il Cantico), il trono di Gerusalemme (simboli dell'alleanza), la colomba che richiama il ritiro delle acque e la rinascita della vita. La mano richiama il gesto della creazione e la luna le maree, il ciclo femminile, il tempo.
Ancora corrispondenze ai due lati della diagonale: la città e l'universo (la città come luogo di ricerca del desiderio, l'universo che diviene lo specchio armonioso dell'altra).
A lezione dalla prof Iris Iride


Chagall incomincia a lavorare attorno alla serie dei dipinti sul Messaggio Biblico nel 1955, è un periodo fecondo per lui, di rinascita. Nel 1944 infatti, 11 anni prima, durante il suo soggiorno americano la amatissima moglie Bella, muore improvvisamente a causa di una misteriosa infezione virale. Per nove mesi Chagall si rifiuterà di dipingere e anche in seguito, allorché riprese, i colori delle sue tele si erano spenti. ("Tutto diventa nero ai miei occhi" Chagall, 2 settembre 1944) Una relazione con la sua segretaria, Virginia – dalla quale avrà un figlio, David -, risollevò un poco l'animo di Chagall, ma non fu sufficiente, sette anni più tardi Virginia lascerà Marc portando con sé il figlio.
Ida, figlia di Chagall e Bella, le presentò l'anno dopo, nel 1952, una donna di 25 anni più giovane di lui, Valentina Brodski, di origini ebreo-russe. Fu un colpo di fulmine, nel luglio del 1952 i due si sposarono. Vavà resterà al fianco di Marc tutta la vita.
A Vavà ma femme ma joie et mon allegrésse è la dedica di Chagall alla moglie, che compare all'ingresso della sala del Cantico dei Cantici al Musée du Message Biblique Marc Chagall di Nizza.



martedì 10 aprile 2012

Isola di Barbana - Grado (Gorizia)





Uno fra i più antichi e celebrati Santuari italiani, inglobati in un monastero, sorge su una splendida isoletta della laguna di Grado, l’isola di Barbana in provincia di Gorizia. 
Negli anni che vanno dall’inizio del V secolo alla fine del VI secolo dopo Cristo l’Impero romano si sfascia sotto l’urto delle orde barbariche. Nel Veneto la gente si rifugia nelle lagune: principalmente a Grado e a Venezia, che diventano grandi città rifugio. 
Dicono le cronache di quei tempi, che due trevisani detti Barbano e Tarilesso, rifugiati nelle isole di Grado, in seguito a visioni della Madonna che chiedeva l’erezione di un santuario a Lei dedicato, abbiano fatto pressione al Patriarca Elia di Aquileia perché si potesse erigere il tempio. 
Una grande burrasca, avvenuta nell’anno 582, fece trovare fra i rami di un albero una statua della Madonna, forse di provenienza istriana, qui trascinata dalle onde. Il Patriarca Elia allora fece costruire una chiesa sull’isola del ritrovamento. A lato fu costruito il convento, e ne fu eletto priore proprio Barbano, che diede così il suo nome all’isola. Il santuario visse i secoli successivi con vicende alterne: due volte fu lasciato decadere quasi fino alla demolizione; altrettante volte, con il ritorno nell’isola dei frati, assurse a nuova dignità. Nel 1237, per riconoscenza alla Madonna che aveva posto termine a un’epidemia di peste, venne istituito ogni mese di luglio un grande pellegrinaggio su barche e pescherecci partenti da Grado, che si perpetua fino ai nostri giorni, forse con maggiore fervore, ed è chiamato «El perdon de Barbana». 
Il santuario venne ricostruito una prima volta dal Patriarca di Grado, Fortunato, attorno all’anno 800 dopo Cristo. Conobbe una crisi profonda, quando venne affidato come monastero secondario ai frati benedettini di Portogruaro da Papa Leone X. Fortunatamente alla fine del secolo fu riaffidato ai frati minori conventuali, che lo restaurarono ampliando il convento e dedicando la chiesa alla Immacolata Concezione. Viene ricordata in particolare l’opera di frate Paolo Cribellio, principale artefice della rinascita del complesso, che oggi occupa praticamente tutta l’isola, ormai definitivamente ribattezzata «Isola della Madonna». 
Alla fine del 1700 la Repubblica di Venezia, prossima anche alla sua storica resa a Napoleone, allontanò nuovamente i frati per restituire il convento e la chiesa al clero secolare. Decadde nuovamente il Santuario fino all’anno 1901, quando con il rientro definitivo dei frati cominciò una nuova era di restauri e abbellimenti. 
L’«Isola della Madonna» non ha comunque mai cessato di essere punto di riferimento per i marinai e tutta la gente dell’entroterra triveneto, coinvolgendo anche la popolazione austriaca e il popolo sloveno-istriano, che ben conoscono e frequentano il santuario. Grandi pellegrinaggi e visite quotidiane di persone provenienti da tutta Italia e dall’estero, fanno ammontare a molte migliaia l’anno le presenze di fedeli al Santuario e al convento. 
La statua della Madonna, in legno, di grandezza naturale, finemente dipinta, di autore sconosciuto, opera di un’ottima mano e di fede manifesta, la rappresenta come Regina e come Madre della Chiesa, titolo che Le veniva attribuito da tempo antichissimo, nella Chiesa di Aquileia. Tiburzio Donadon ha afrescato la splendida cupola, costituita dai quattro avvennimenti storici più salienti del Santuario. Il soffitto è a carena di nave. 
La statua della Madonna, che si trova nella basilica di Sant’Eufemia a Grado, veniva originariamente posta su una barca e trainata fino all’isola da sei “reburci”, oggi sostituiti da moderni pescherecci, in rappresentanza dei sei rioni della città. Queste barche procedevano in direzione del santuario a forza di remi e, qualora il vento ne avesse impedito l’incedere, i pescatori scendevano nel fango ai lati del canale e le trainavano con delle corde. 

. La processione, che inizia di primo mattino, è guidata dalla "Battella", l'imbarcazione che trasporta la statua della Madonna degli Angeli custodita nella basilica di Grado. Nell'occasione viene aperto il ponte girevole che collega Grado alla terraferma e l'autorità civile consegna un dono simbolico alla Madonna. Il nome "perdòn" deriva dalla consuetudine di accostarsi, nell'occasione, al sacramento della confessione. 



domenica 8 aprile 2012

Pasqua di Resurrezione



Piero della Francesca “La Resurrezione di Cristo”
 Affresco -  Sansepolcro (AR), Pinacoteca Comunale, 1450 circa


Ego sum resurrectio et vita.
Qui credit in me etiam si mortuus fuerit, vivet.
Et omnis qui vivit et credit in me, non morietur in aeternum.


 ♥ Sinceri auguri di Buona Pasqua.♥
♥♥Che sia per tutti una festa di serenità, pace e amore.♥♥


sabato 7 aprile 2012

Sabato Santo



Guercino, Deposizione di Cristo, 1656


Cristo alla pace 
del Tuo supplizio 
nuda rugiada 
era il Tuo sangue. 
Sereno poeta, 
fratello ferito, 
Tu ci vedevi 
coi nostri corpi 
splendidi in nidi 
di eternità! 
Poi siamo morti. 
E a che ci avrebbero 
brillato i pugni 
e i neri chiodi, 
se il Tuo perdono 
non ci guardava 
da un giorno eterno 
di compassione? 

PPPasolini da L'usignolo della Chiesa Cattolica


venerdì 6 aprile 2012

Venerdì Santo






Deus, qui peccáti véteris hereditáriam mortem, in qua posteritátis genus omne succésserat, Christi Fílii tui, Dómini nostri, passióne solvísti, da, ut confórmes eídem facti, sicut imáginem terréni hóminis natúræ necessitáte portávimus, ita imáginem cæléstis grátiæ sanctificatióne portémus.





Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...

Venerdì Santo, prima di sera, c'era l'odore di primavera;
Venerdì Santo, le chiese aperte mostrano in viola che Cristo è morto;
Venerdì Santo, piene d'incenso sono le vecchie strade del centro
o forse è polvere che in primavera sembra bruciare come la cera.

Venerdì Santo, stanchi di gente, siamo in un buio fatto di niente
Venerdì Santo, anche l'amore sembra languore di penitenza
Venerdì Santo, muore il Signore, tu muori amore fra le mie braccia,
poi viene sera resta soltanto dolce un ricordo: Venerdì Santo...




giovedì 5 aprile 2012

Giovedì Santo



Ultima Cena - Leonardo da Vinci 
Per incarico di Ludovico il Moro Leonardo da Vinci realizzò negli anni 1494-1498 su una parete del refettorio del convento dei domenicani di Santa Maria delle Grazie a Milano, uno dei più grandi dipinti della storia d'arte: l'Ultima cena, nel quale Gesù annuncio "In verità vi dico: uno di voi mi tradirà".



Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da usare per tutto l’anno per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni.
A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, morte e Resurrezione.
Nel tardo pomeriggio c’è la celebrazione della Messa in “Cena Domini”, cioè la ‘Cena del Signore’. Non è una cena qualsiasi, è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti; tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa degli ‘Azzimi’, chiamata Pasqua ebraica, mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace.
La Pasqua è la più solenne festa ebraica e viene celebrata con un preciso rituale, che rievoca le meraviglie compiute da Dio nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana (Esodo 12); e la sua celebrazione si protrae dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo-aprile).
In quella notte si consuma l’agnello, precedentemente sgozzato, durante un pasto (la ‘cena pasquale’) di cui è stabilito ogni gesto; in tale periodo è permesso mangiare solo pane senza lievito (in greco, azymos), da cui il termine ‘Azzimi’.
Gesù con gli Apostoli non mangiarono solo secondo le tradizioni, ma il Maestro per l’ultima volta aveva con sé tutti i dodici discepoli da lui scelti e a loro parlò molto, con parole che erano di commiato, di profezia, di direttiva, di promessa, di consacrazione.
Il Vangelo di Giovanni, il più giovane degli Apostoli, racconta che avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il seme del tradimento, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.
Si ricorda che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.
Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù: “Signore tu lavi i piedi a me?” e Gesù rispose: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”; allora Pietro che non comprendeva il simbolismo e l’esempio di tale atto, insisté: “Non mi laverai mai i piedi”. Allora Gesù rispose di nuovo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” e allora Pietro con la sua solita impulsività rispose: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.
Dopo la lavanda Gesù si rivestì e tornò a sedere fra i dodici apostoli e instaurò con loro un colloquio di alta suggestione, accennando varie volte al tradimento che avverrà da parte di uno di loro, facendo scendere un velo di tristezza e incredulità in quel rituale convivio.
“In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”, gli Apostoli erano sgomenti e in varie tonalità gli domandarono chi fosse, lo stesso Giovanni il discepolo prediletto, poggiandosi con il capo sul suo petto, in un gesto di confidenza, domandò: “Signore, chi è?”. E Gesù commosso rispose: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò” e intinto un boccone lo porse a Giuda Iscariota, dicendogli: “quello che devi fare, fallo al più presto”; fra lo stupore dei presenti che continuarono a non capire, mentre Giuda, preso il boccone si alzò, ed uscì nell’oscurità della notte.
Questa scena del Cenacolo è stata in tutti i secoli soggetto privilegiato di tanti artisti, che l’hanno efficacemente raffigurata, generalmente con Gesù al centro e gli Apostoli seduti divisi ai due lati, con Giovanni appoggiato col capo sul petto e con il solo Giuda seduto al di là del tavolo, di fronte a Gesù, che intinge il pane nello stesso piatto. L’atteggiamento di Gesù e degli Apostoli è sacerdotale, ma con i volti che tradiscono il dramma che si sta vivendo.
Dopo l’uscita di Giuda, il quale pur ricevendo con il gesto cordiale e affettuoso il boccone intinto nel piatto, che in Oriente era segno di grande distinzione, non seppe capire, ormai in preda all’opera del demonio, l’ultimo richiamo che il Maestro gli faceva, facendogli comprendere che lui sapeva del tradimento ordito d’accordo con i sacerdoti e del compenso pattuito dei trenta denari; Gesù rimasto con gli undici discepoli riprese a colloquiare con loro.
I discorsi che fece, nel Vangelo di S. Giovanni, occupano i capitoli dal 13 al 17, con argomenti distinti ed articolati, dagli studiosi definiti ad ‘ondate’ perché essi sono ripresi più volte e in forme sempre nuove; ne accenneremo i più importanti.
“Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”.
E a Pietro che insisteva di volerlo seguire, assicurandogli che era disposto a dare la sua vita per lui, Gesù rispose: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non mi abbia rinnegato tre volte”.
Il discorso di Gesù prosegue con una promessa “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto; ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”.
Il concetto del ‘posto’ o della casa che ci aspetta, risente dell’antica concezione che si aveva dell’aldilà, come una abitazione dove i defunti prendevano posto. Così nell’Apocalisse, il cielo era immaginato come una casa al cui centro stava il trono di Dio, circondato dalla corte celeste e dalle dimore dei giusti e dei santi. Anche nei testi rabbinici si legge che le anime saranno introdotte nell’aldilà, in sette dimore distinte per i giusti e sette per gli empi.
A Tommaso che gli chiede: “Se non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”, Gesù risponde con un’altra grande rivelazione: “Io sono la Via, la Verità, la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. E a Filippo che chiede di mostrare loro il Padre, Gesù ribadisce la profonda unità e intimità fra lui e Dio Padre.
Le sue parole e le sue opere di salvezza sono animate e sostenute dal Padre, che parla e opera nel Figlio. A questo punto Gesù, per la prima delle cinque volte che pronuncierà nei suoi discorsi di quella sera, nomina il ‘Consolatore’ traduzione del termine greco “paraklitos” (Paraclito), che solo nel Vangelo di Giovanni designa lo Spirito Santo; cioè il dono dello Spirito che sostiene nella lotta contro il male e che rivela la volontà divina; riservato ai credenti e che continuerà l’opera di Gesù dopo la sua Risurrezione.
“Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi…”.
I Vangeli di Matteo, Marco e Luca dicono poi che “Gesù mentre mangiava con loro, prese il pane e pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo distribuì agli apostoli dicendo: “Prendete questo è il mio corpo”, poi prese il calice con il vino, rese grazie, lo diede loro dicendo: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti”.
Gesto strano, inusuale, forse non subito capito dagli Apostoli, ma che conteneva il dono più prezioso che avesse potuto fare all’umanità: sé stesso nel Sacramento dell’Eucaristia e con il completamento della frase: “fate questo in memoria di me”, riportata da Luca 22,19, egli istituiva il sacerdozio cristiano, che perpetuerà nei secoli futuri il sacrificio cruento di Gesù, nel sacrificio incruento celebrato ogni giorno ed in ogni angolo della Terra, con la celebrazione della Messa.
Inoltre rivolto a Pietro, ancora una volta lo indica come capo della futura Chiesa e primo fra gli Apostoli: “Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede; e tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”, cioè di essere da sostegno agli altri nella fede; con ciò Gesù è sempre con lo sguardo rivolto oltre la sua morte e delinea il futuro della Chiesa.
Nel prosieguo del suo discorso, Gesù ammaestra gli Apostoli con altra similitudine, quella della vite e dei tralci: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto…. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla…”.
Poi preannuncia le persecuzioni e le sofferenze che saranno loro inflitte per causa sua: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono Colui che mi ha mandato”. “ Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio”.
Infine dopo altre frasi di consolazione e rassicurazione dell’aiuto del Padre attraverso di Lui, Gesù conclude la lunga cena, con quella che nel capitolo 17 del Vangelo di S. Giovanni, è stata chiamata da s. Cirillo di Alessandria “la preghiera sacerdotale”, vertice del testamento spirituale, racchiuso nei ‘discorsi d’addio’ fatti quella sera.
È una bellissima invocazione al Padre per raccomandargli quegli uomini, capostipiti di una nuova Chiesa, che hanno creduto in lui, tranne uno, perché veramente Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, e lo hanno seguito lungo quegli anni, assimilato i suoi insegnamenti, disposti con l’aiuto dello Spirito, a proseguire il suo messaggio di salvezza.
Ecco perché la Chiesa celebra oltre l’Istituzione dell’Eucaristia, anche l’Istituzione dell’Ordine Sacro; è la “festa del sacerdozio cristiano” e della fondazione della Chiesa.
Per concludere queste note sul Giovedì Santo, ricordiamo che Gesù dopo la cena, si ritirò nell’Orto degli Ulivi, luogo abituale delle sue preghiere a Gerusalemme, in compagnia degli Apostoli, i quali però stanchi della giornata, delle forti emozioni, della cena, dell’ora tarda, si addormentarono; più volte furono svegliati da Gesù, che interrompeva la sua preghiera: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”; “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole”; “Basta, è venuta l’ora: ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori: alzatevi e andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
Era cominciata la ‘Passione’ che la Chiesa ricorda il Venerdì Santo; i riti liturgici del Giovedì Santo si concludono con la reposizione dell’Eucaristia in un cappella laterale delle chiese, addobbata a festa per ricordare l’Istituzione del Sacramento; cappella che sarà meta di devozione e adorazione, per la rimanente sera e per tutto il giorno dopo, finché non iniziano i riti del pomeriggio del Venerdì Santo.
Tutto il resto del tempio viene oscurato, in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù; le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con la porticina aperta, i Crocifissi coperti.
Nella devozione popolare dei miei tempi di ragazzo, le madri raccomandavano ai figli di non giocare, di non correre o saltare, perché Gesù stava a terra nel “sepolcro”, nome erroneamente scaturito al tempo del Barocco e indicante l’”altare della reposizione”, dove è posta in adorazione l’Eucaristia.


martedì 3 aprile 2012

Parco Giardino Sigurtà - Valeggio sul Mincio - VR



Veduta del Parco Giardino Sigurtà a Valeggio sul Mincio

Il Parco Giardino Sigurtà ha una superficie di 600.000 metri quadrati e si estende ai margini delle colline moreniche, nelle vicinanze del Lago di Garda, a soli otto chilometri da Peschiera.
Trae la sua origine dal "brolo cinto de muro" (1617), giardino di Villa Maffei (opera di Pellesina, allievo del Palladio), dimora che nel 1859 fu quartiere generale di Napoleone III.
In quarant'anni di amorose cure, Carlo Sigurtà, avvalendosi di un secolare diritto di attingere acqua dal Mincio, ha ottenuto il "prodigio" di rendere lussureggiante l'arida vegetazione collinare. Successivamente, il nipote Enzo ha realizzato un prototipo di Parco-Giardino. Dopo l'apertura al pubblico (1978) la conservazione di questo complesso ecologico è stata affidata al rispetto dei visitatori, che lo hanno definito una meraviglia unica al mondo, tanto che il Parco-Giardino è considerato oggi fra i più straordinari al mondo.



I Tulipani

E' di certo la fioritura più attesa quest'anno, tanto da essersi trasformata in un vero e proprio evento: TULIPANOMANIA. Infatti, dall'ultima decade di marzo un milione di Tulipani, di oltre 150 varietà, coloreranno i tappeti erbosi del Parco, regalando per circa un mese uno spettacolo cromatico indimenticabile. Insieme a Giacinti, Muscari e Narcisi, i bulbi sbocceranno sia in forma naturalizzata, ovvero grazie al genio della Natura che anno dopo anno ha saputo creare fantastiche composizioni, sia in eleganti aiuole dove i fiori si presenteranno differenti per altezza, dimensione e colore.
La prima Grande Fioritura, la più grande nel suo genere in Italia, è caratterizzata da incantevoli macchie di colore, che vanno dal giallo arancio al rosso, dal ciclamino al bianco, senza dimenticare gli splendidi esemplari Black Charme, elegante nel suo colore nero, e Queen of the Night (Regina della Notte), varietà dai toni viola scuro particolarmente ammirata dai visitatori.


Il laghetto del Parco

E' un posto incantevole, che merita davvero una visita!

Dall'11 marzo al 4 novembre 2012, tutti i giorni con orario continuato.
Ingresso dalle ore 9.00 alle ore 18.00, chiusura ore 19.00.
Nei mesi di Marzo e Ottobre ingresso fino alle ore 17.00, chiusura ore 18.00.




domenica 1 aprile 2012

Domenica della Palme



Pietro Lorenzetti, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1320 circa, Basilica inferiore di S. Francesco, Assisi 


La Domenica della Palme è la domenica precedente alla festività della Pasqua.
Con essa ha inizio la Settimana Santa ma non termina la Quaresima, che finirà solo con la celebrazione dell'ora nona del giovedì santo, giorno in cui, con la celebrazione vespertina si darà inizio al Sacro Triduo Pasquale.
Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della Passione del Signore). Nella forma straordinaria la domenica di Passione si celebra una settimana prima, perciò la Domenica delle Palme è detta anche Seconda Domenica di Passione.
Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti.
In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15).
La folla, radunata dalle voci dell'arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente gli rendevano onore.


Felice Domenica a tutti.


venerdì 16 marzo 2012

Quando mi passò accanto - Tagore (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santiniketan, 7 agosto 1941)



Marc Chagall - Danseuse (1945)


Quando mi passò accanto
velocemente, l'orlo della sua veste
mi sfiorò.
Dall'isola sconosciuta
d'un cuore venne improvviso
un respiro caldo di primavera.
Fu un tocco fugace che svanì
in un momento, come il petalo
di un fiore reciso
trasportato nell'aria.
Ma si fermò sul mio cuore
come un sospiro
del suo corpo,
come un sussurro dell'anima.



martedì 13 marzo 2012

Se potessi offrirti - Hinmaton Yalaktit (1840 - 21 September 1904)





Se potessi offrirti, stamane,
il regalo più prezioso
sarebbe un tempo,
senza inizio e senza fine
una vita colma di buona salute
e di quella pace e gioia interiore
che possono provenire solamente dallo spirito.

Sarebbe purezza nei tuoi pensieri e nelle tue parole
affinchè nulla ti possa avvicinare
che non sia bellezza.

Sarebbe un sonno profondo
e un sospiro di dolce serenità,
sarebbe comprensione dell'abisso
che c'è
tra il materiale e lo spirituale
cosicchè rabbia e frustrazione
si dissolverebbero
in un caldo rifugio d'Amore
e tu saresti per sempre
il più fedele degli amici ...
non per me, ma per te stesso.

Tutti i frutti della vita
germogliano nel cuore
così, questo mio dono,
è dal mio cuore al tuo.

Hinmaton Yalaktit - Capo Giuseppe condottiero della tribù dei Nasi Forati


giovedì 8 marzo 2012

8 marzo festa della donna? Ma anche no!





 Dio mi fece donna,
con lunghi capelli,
gli occhi, il naso
e la bocca da donna
Con rotondità e peli
e dolci cavità,
mi scavò dall'interno
e fece di me
lo studio degli esseri umani.
Lui tesse delicatamente i miei nervi,
Equilibrò con cura
il numero dei miei ormoni,
Compose il mio sangue
e me l'iniettò
perché irrigasse
tutto il mio corpo.
Così nacquero le idee,
i sogni e l'istinto.
Creò il tutto
con grandi colpi di fiato
scolpendo con amore
le mille e una cosa
che mi fanno donna ogni giorno e
per le quali con orgoglio
mi alzo ogni mattina
e benedico il mio sesso.
(Gioconda Belli,  poetessa nicaraguense)


§


E' una vita che lo predico: l'8 marzo non è una festa, sono morte delle donne, questo bisogna ricordare, no festeggiare!! Anche quando lavoravo, non sono MAI uscita con le colleghe, mi vergognavo per quelle poverette che avevano la scusa per uscire di casa una sera e offendere il fatto di essere donna!!! Io sono sempre andata a cena fuori con il marito, sempre!!



martedì 6 marzo 2012

Franco Battiato- Haiku





Seduto sotto un albero a meditare
mi vedevo immobile danzare con il tempo
come un filo d'erba
che si inchina alla brezza di maggio
o alle sue intemperie.

Alla rugiada che si posa sui fiori
quando s'annuncia l'autunno
assomiglio
io che devo svanire
e vorrei
sospendermi nel nulla
ridurmi
e diventare nulla.

≈  ≈  ≈

Nella letteratura giapponese, gli Haiku rappresentano una parte molto importante e caratteristica dell'essenza più profonda della cultura nipponica.
E' con essi che mi cimento da un po' di tempo, trovando 'nutrimento' per l'anima...


lunedì 5 marzo 2012

Pier Paolo Pasolini nasceva a Bologna il 5 marzo 1922



Pier Paolo Pasolini con la madre Susanna Colussi


Dansa di Narcís
 Jo i soj na viola e un aunàr,
il scur e il pàlit ta la ciar.
 
I olmi cu'l me vuli legri
l'aunàr dal me stomi amàr
e dai me ris ch'a lusin pegris
in tal soreli dal seàl.
 
Jo i soj na viola e un aunàr,
il neri e il rosa ta la ciar.
 
E i vuardi la viola ch'a lus
greva e dolisiosa tal clar
da la me siera di vilút
sot da l'ombrena di un moràr.
 
Jo i soj na viola e un aunàr,
il sec e il mòrbit ta la ciar
 
La viola a intorgolèa il so lun
tínar tai flancs durs da l'aunàr
e a si spièglin ta l'azúr fun
da l'aga dal me còur avàr.
 
Jo i soj na viola e un aunàr,
il frèit e il clípit ta la ciar


Buon compleanno Poeta, sempre nel mio cuore...

domenica 4 marzo 2012

Per ricordare Lucio...



Cristo velato di Giuseppe Sanmartino - Cappella Sansevero (NA)


Il tuo sorriso
con alchimia segreta
dissolveva il buio

ma lacrime silenti
han preso ora il posto suo
©MG


Tanka. Questo componimento è tipicamente giapponese e si basa sull’alternanza di ku (momenti), impropriamente indicati in occidente come ‘versi’. Il tanka (poesia breve), è costituito di 31 sillabe e ha uno schema di due ku articolati, il primo in 5, 7, 5, sillabe e un secondo, in 7, 7. Il tanka, che vanta una maggiore antichità, è stato per molti secoli la forma poetica dominante. Dopo alterne vicende è giunto fino ai tempi moderni. È tuttora praticato, e non solo in Giappone, e vanta interpreti anche tra autori occidentali.


giovedì 1 marzo 2012

Aspettando la Primavera...



Fausto Cigliano canta una canzone napoletana di Salvatore di Giacomo

Marzo: nu poco chiove
e n'ato ppoco stracqua
torna a chiòvere, schiove;
ride 'o sole cu ll'acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n'aria cupa e nera,
mo d' 'o vierno 'e 'tempeste,
mo n'aria 'e Primmavera.

N'auciello freddigliuso
aspetta ch'esce o sole,
ncopp' 'o tterreno nfuso
suspirano 'e viole...

Catarì, che vuò cchiù?
Ntienneme, core mio,
Marzo, tu 'o ssaje, si' tu,
e st'auciello song' io.




Aspettando la Primavera, vi auguro un sereno e felice mese di Marzo



mercoledì 29 febbraio 2012

Voce d’acqua - Giulia Rossi





Voce d’acqua

Arriva immediata.
Improvvisa e silente.
Quando tutto sembra lieve.
Quando una spilla di luna danza negli orti e arriccia d'argento il fianco liscio del pergolato.
Quando il silenzio si veste d'inganno e dissolve il mio tempo in un frullo d'oriente.

Arriva furtiva.
Repentina e spavalda.
Sciaborda leggera fra seni di sole nel grembo impaziente che sbircia sentieri.
Vagabonda monella che s'addentra curiosa fra i vicoli vasti d'un labirinto d'intesa.
Sul margine spoglio che beve il mistero.
Sul richiamo pagano che imbastisce canzoni.
In fondo agli occhi un bivacco gitano.
Le briglie dissolte fra le dita del vento.
Goccia nuda su sghembi sagrati.
Aperta all'oro che galoppa sapori.
Appesa alla brezza che scartoccia pensieri.
Che frantuma certezze e cavalca segreti.
Che divora l'istante.

Voce d’acqua.
Cristallina e bugiarda.
Selvaggia sibilla a capofitto nella notte.
A precipizio sulla pelle.
Vertigine muta fra mura violate.
Rumore di more fra le pieghe dell’anima.
A due passi dal cuore..


Sia la poesia che il dipinto sono di una cara amica a cui devo molto: con lei il mio viaggio nel mondo degli haiku ha preso, senza ombra di dubbio, un cammino nuovo... Grazie Giulia!

martedì 28 febbraio 2012

Noi saremo - Paul Verlaine (Metz, 30 marzo 1844 – Parigi, 8 gennaio 1896)





Noi saremo
Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell'amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera

Quanto al mondo, che sia come noi, dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l'anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?


lunedì 27 febbraio 2012

Da "Silenzio" di Romano Battaglia (Marina di Pietrasanta, 31 luglio 1933)





§


E' molto difficile cancellare i segni profondi che gli avvenimenti hanno impresso sulla nostra anima.
Siamo il frutto del nostro passato, siamo la vita stessa che ci è cresciuta dentro come il fusto di un albero con i colori, i profumi e le imperfezioni che i venti e le piogge hanno fissato per sempre sulla sua corteccia.
Siamo anche il tempo trascorso: sta in noi scegliere se diventare uomini nuovi o rimanere vecchi come i nostri anni e i nostri ricordi.
Dobbiamo trovare il coraggio di alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano l'imbarcazione. Cercare di dare un senso alla nostra esistenza può esasperare il nostro animo , ma una vita priva di questo significato rappresenta la tortura del desiderio e dell'inquietudine.




martedì 21 febbraio 2012

Voglio sapere...





Non mi interessa cosa fai per vivere, voglio sapere per cosa sospiri e se rischi il tutto per trovare i sogni del tuo cuore...
Non mi interessa quanti anni hai, voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per l’amore, per i sogni, per l’avventura di essere vivo. Non voglio sapere che pianeti minacciano la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro. Voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio o il tuo; se puoi ballare pazzamente e lasciare l’estasi riempirti fino alla punta delle dita senza prevenirti di cautela, di essere realisti, o di ricordarci le limitazioni degli esseri umani. Non voglio sapere se la storia che mi stai raccontando sia vera. Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per essere autentico a te stesso, se puoi subire l’accusa di un tradimento e non tradire la tua anima. Voglio sapere se sei fedele e quindi hai fiducia. Voglio sapere se sai vedere la bellezza anche quando non è bella tutti i giorni. Se sei capace di far sorgere la tua vita con la tua sola presenza. Voglio sapere se puoi vivere con il fracasso, tuo o mio e continuare a gridare all’argento di una luna piena: SI! Non mi interessa sapere dove abiti o quanti soldi hai, mi interessa se ti puoi alzare dopo una notte di dolore, triste o spaccato in due, e fare quel che si deve fare per i bambini. Non mi interessa chi sei, o come hai fatto per arrivare qui, voglio sapere se sapresti restare in mezzo al fuoco con me e non retrocedere. Non voglio sapere cosa hai studiato, o con chi o dove, voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto non l’ha fatto. Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso, e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti vuoti.
Donna indiana della tribù Oriah



lunedì 20 febbraio 2012

A Trieste Sala Comunale d’Arte: Caffè storici e luoghi della città del caffè in mostra.



Ritratto di Saba del pittore Furio Bomben


Caffè storici e luoghi della città del caffè in mostra fino al 26 febbraio nell’unica bellissima piazza italiana che si apre sul mare e che all’Unità italiana è dedicata.

A Trieste la Sala Comunale d’Arte espone i quadri di Furio Bomben. Il locale che ospita la mostra era un caffè, luogo d’incontro dagli intellettuali dei primi anni del secolo scorso. Lo racconta lo scrittore Giani Stuparich dalle pagine di “Caffè letterari” e, pensando al fratello Carlo e all’amico Scipio Slataper che dalla guerra non avevano fatto ritorno, scrive:

“Quel tavolo del Caffè Garibaldi, sotto il municipio, tra le sette e le nove di sera degli anni che seguirono all’altra guerra è passato alla storia. Trieste non ebbe forse mai un affiatamento di spiriti così vasto.”  Cita e caratterizza gli spiriti che animavano il locale: Julius Kugy, spirito europeo, James Joyce, spirito universale, Virgilio Giotti, Guido Voghera, Silvio Pittoni, fratello del deputato socialista, il pittore klimtiano Timmel e Roberto, Bobi Bazlen, Svevo e Bolaffio, Giotti il pittore Schiffrer. Nel tempo si aggiunse Pierantonio Quarantotti Gambini mentre altri già se ne erano allontanati. Il pittore ha voluto fermare Saba al tavolino del locale. Saba da quel caffè se ne era andato presto e aveva preferito celebrare la sua ricerca di verità al Caffè Tergeste. Ora alcuni di quei personaggi che animavano il Caffè Garibaldi si trovano nuovamente in quei locali, sulle tele di Furio Bomben. Un pezzo di storia e letteratura raccontato con pastello e carboncino, china, matita e trasparenze color caffè.

Se siete a Trieste o pensate di passarci visitate la mosrtra, ne vale la pena, ci troverete  il Caffè Tommaseo, il Caffè San Marco e altri che non ci sono più. E poi per bere un caffè vi resterà solo l’imbarazzo della scelta.

Le notizie sul Caffè Garibaldi sono tratte da: Al Caffè con Stuparich,  Caffè letterari, Roma, Canesi, 1962



sabato 18 febbraio 2012

Dammi il supremo coraggio dell'Amore - Tagore (Calcutta, 6 maggio 1861 – Santiniketan, 7 agosto 1941)





Dammi il supremo coraggio dell'Amore,
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose,
o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell'amore,
e dell'amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l'offesa,
ma disdegna di ripagarla con l'offesa.
Dammi la forza di amare
sempre
e ad ogni costo.


venerdì 17 febbraio 2012

Immagina che...






Immagina che esista una Banca che ogni mattina accredita la somma di  86.400 € sul tuo conto.
Non conserva il tuo saldo giornaliero.
Ogni notte cancella qualsiasi quantità del tuo saldo che non sia stata utilizzata durante il giorno.
Che faresti?
Ritireresti o spenderesti tutto fino all'ultimo centesimo ogni giorno,
ovviamente!!!!
Ebbene, ognuno di noi possiede un conto in questa Banca.
Il suo nome?
TEMPO
Ogni mattina questa Banca ti accredita 86.400 secondi.
Ogni notte questa Banca cancella e dà come perduta qualsiasi quantità di questo credito che tu non abbia investito in un buon proposito.
Questa Banca non conserva saldi ne permette trasferimenti.
Ogni giorno ti apre un nuovo conto.
Ogni notte elimina il saldo del giorno.
Se non utilizzi il deposito giornaliero, la perdita è tua.
Non si può fare marcia indietro.
Non esistono accrediti sul deposito di domani.
Devi vivere nel presente con il deposito di oggi.
Investi in questo modo per ottenere il meglio nella salute, felicità e
successo: l'orologio continua il suo cammino.
Ottieni il massimo da ogni giorno..
Per capire il valore di un anno, chiedi ad uno studente che ha perduto un anno di studio.
Per capire il valore di un mese, chiedi ad una madre che ha partorito prematuramente.
Per capire il valore di una settimana, chiedi all'editore di un settimanale.
Per capire il valore di un'ora, chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi.
Per capire il valore di un minuto, chiedi a qualcuno che ha appena perso il treno.
Per capire il valore di un secondo, chiedi a qualcuno che ha appena evitato un incidente.
Per capire il valore di un centesimo di secondo, chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d'argento
 alle Olimpiadi.
Dai valore ad ogni momento che vivi, e dagli ancor più valore se lo potrai condividere con una persona speciale, quel tanto speciale da dedicarle il tuo tempo e ricorda che il tempo non aspetta nessuno.
Ieri? Storia.
Domani? Mistero.
E' per questo che esiste il presente!!!
Ricorda ancora, il tempo non ti aspetterà.

Buona Vita



giovedì 16 febbraio 2012





Freddo mattino
due note in lontananza
scaldano l'aria
©MG



mercoledì 15 febbraio 2012

La Sinagoga di Gorizia



Interno della Sinagoga

Costruita nel 1756, la Sinagoga fu utilizzata dalla comunità ebraica di Gorizia fino alla sua scomparsa nel 1969, quando, a causa del numero troppo esiguo di ebrei rimasti in città, venne accorpata a quella di Trieste. Nel 1978 la comunità di Trieste donò l'edificio in abbandono al Comune, perchè lo restaurasse e lo destinasse ad attività culturali riguardanti l'ebraismo, ciò che è avvenuto dalla riapertura, nel 1984.
Attualmente la Sinagoga non è adibita al culto. Il percorso museale, realizzato al pianterreno dell'edificio, è stato strutturato pensando ai più giovani ed al visitatore tipo, non necessariamente esperto conoscitore della storia e delle tradizioni ebraiche. Al primo piano si può visitare il tempio, che conserva la profonda suggestione di un luogo fuori dal tempo, dove poche modifiche sono intervenute dal Settecento, quando venne costruito. Il museo ebraico "Gerusalemme sull'Isonzo" presenta al visitatore la storia del popolo ebraico attraverso i secoli, soffermandosi in particolare sulla comunità ebraica goriziana. Il museo comprende isole informatiche e pannelli didattici a corredo dell'esposizione permanente. Una sezione nuova del museo è dedicata a Carlo Michelstaedter illustre rappresentante della comunità ebraica goriziana ed alle sue opere pittoriche. Queste, insieme ai manoscritti originali ed alle edizioni delle sue opere e dei saggi che lo riguardano, fanno parte del "Fondo Michelstaedter", costituito grazie alla donazione della sorella di Carlo, Paula.
Presso la Sinagoga si possono avere informazioni sulle numerose attività svolte dall'Associazione Amici di Israele.
La vitale comunità ebraica di Gorizia
La presenza di ebrei a Gorizia è attestata sin dal XVI secolo: le famiglie dei Morpurgo e dei Pincherle erano impegnate in attività di prestito. Nel 1698 fu istituito il ghetto. La residenza coatta non pregiudicò lo sviluppo demografico della comunità che dalle 256 persone nel 1764 passò alle 270 nel 1788, che divennero 314 nel 1850 La componente ebraica, in prevalenza ashkenazita, ovvero di provenienza tedesca, ha lasciato numerosi segni e donato alla città personaggi illustri: Carlo Michelstaedter (1887-1910), Graziadio Isaia Ascoli (1887-1910), ed altri ancora. Essa era essenzialmente legata alla componente italiana della città, molti ebrei furono ferventi patrioti italiani (ad es. Carolina Luzzatto, e lo stesso Ascoli)
Il ghetto ebraico fu istituito per decreto dell'imperatore Leopoldo I il 24/3/1696 e abolito nel 1812. Nella notte del 23 novembre 1943 tutti gli ebrei goriziani furono deportati ad Auschwitz...


Aron Ma Kudesh, Armadio Sacro, contenente la Torah (תורה), pergamena, fine XVII sec.


Porta del Ghetto, ora collocata all'ingresso del giardino dedicato a Bruno Farber


QUESTO GIARDINO
E' DEDICATO A
BRUNO FARBER
* FIGLIO DI EBREI GORIZIANI *
DEPORTATO E UCCISO AD AUSCHWITZ
ALL'ETA' DI 3 MESI
7 NOVEMBRE 1943 - 26 FEBBRAIO 1944


martedì 14 febbraio 2012

Un emisfero in una chioma - Cherles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867)





§


Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell'acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell'aria.
Se tu sapessi tutto quello che vedo! tutto quello che sento! tutto quello che intendo nei tuoi capelli! La mia anima viaggia sul profumo come l'anima degli altri viaggia sulla musica.
I tuoi capelli contengono tutto un sogno, pieno di vele e di alberature: contengono grandi mari, i cui monsoni mi portano verso climi incantevoli, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti. dalle foglie e dalla pelle umana.
Nell'oceano della tua capigliatura, intravedo un porto brulicante di canti malinconici, di uomini vigorosi di ogni nazione e di navi di ogni forma, che intagliano le loro architetture fini e complicate su ün cielo immenso dove si abbandona il calore eterno.
Nelle carezze della tua capigliatura, io ritrovo i languori delle lunghe ore passate su un divano, nella camera di una bella nave, cullate dal rullio impercettibile del porto, tra i vasi da fiori e gli orcioli che rinfrescano.
Nell’ardente focolare della tua capigliatura, respiro l’odore del tabacco, confuso a quello dell’oppio e dello zucchero: nella notte della tua capigliatura, vedo risplendere l’infinito dell'azzurro tropicale; sulle rive lanuginose della tua capigliatura, mi inebrio degli odori combinati del catrame, del muschio e dell’olio di cocco.
Lasciami mordere a lungo le tue trecce pesanti e nere. Quando mordicchio i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare dei ricordi.




Buon San Valentino a chi ancora ci crede...


domenica 12 febbraio 2012

Il medico dei balocchi - Racconto di Adriana de Ranieri





Tornare dopo molti anni nella casa dei suoi genitori lo emozionava, sapeva che l'avrebbe trovata vuota e questo lo rendeva triste, ma al tempo stesso desideroso di incontrare di nuovo tra quelle mura i suoi ricordi passati. Aprì la porta e subito si ritrovò circondato da tanti cari oggetti che lo riportarono alla sua infanzia; fu salutato dal vecchio orologio a cucù dell'ingresso legato all'immagine del padre e alle sue litigate perchè non riusciva mai a farlo essere puntuale, lui che aveva insegnato al figlio a misurare il tempo per non perderlo mai; anche la poltrona della nonna in salotto sembrò volergli narrare ancora vecchie fiabe antiche che sapevano di magia, mentre in cucina ritrovò i profumi che sapevano di mamma. Nella cameretta ritornò il bambino che era stato, e aprendo il baule dei giochi si ritrovò tra le mani il vecchio trenino con i suoi vagoncini colorati che lo aveva fatto viaggiare in paesi lontani, le automobiline ammaccate lo trasportarono in gare senza vincitore, il vecchio cagnolino con un occhio solo compagno prezioso di notti fatte di paure legate al buio, con lui che lo stringeva forte forte per combattere l'uomo nero che si nascondeva negli angoli. Ma i suoi occhi si velarono di lacrime quando si trovò tra le mani un vecchio burattino: questo lo riportò in una cameretta di ospedale dove era stato ricoverato per scoprire le cause dei suoi malesseri (frequenti episodi febbrili, sete continua, aumentata quantità di urine), e rivisse anche l'umiliazione di trovare il suo lettino bagnato e la mamma che lo confortava con parole che sapevano d'amore; poi la perdita di peso le continue infezioni e così... la decisione di ricovero. Fu in ospedale che sentì per la prima volta la parola " DIABETE ", il medico spiegò ai genitori che si trattava di una malattia cronica che causa elevati livelli di glucosio nel sangue, dovuta ad un'alterata quantità dell'insulina, un ormone prodotto dal pancreas che consente al glucosio l'ingresso nelle cellule e il suo conseguente utilizzo come fonte energetica: quando questo meccanismo è alterato, il glucosio si accumula nel circolo sanguigno. Il suo primo pensiero fu quello di essere diverso dagli altri bambini e di non poter più far parte del mondo dell'infanzia fatto di spensieratezza e di sogni legati al filo di un aquilone. A niente valsero le parole della mamma e del papà che cercavano di confortarlo; poi una mattina vide far capolino dalla porta della sua stanza di ospedale uno strano medico con i mano un burattino, ma a lui proprio non andava di giocare, aveva ben altri pensieri, ormai era diventato improvvisamente grande e il suo unico compagno di giochi era questa malattia che lo costringeva a controllare giorno dopo giorno la sua vita; ma lo strano dottore non si perse d'animo e si presentò come " IL MEDICO DEI BALOCCHI ". " Io curo i giocattoli, e questo che vedi nelle mie mani è il mio aiutante prezioso, sono qui per aiutarti a capire la tua malattia, questo burattino soffre di diabete come e te e grazie alle mie cure come puoi vedere adesso balla, canta, e si muove come prima, anzi ti dirò che è diventato anche più famoso di Pinocchio ". Lui lo guarda e credeva pensasse che fosse uno sciocco al quale si potessero raccontare frottole e farle passare per vere; non gli rispose, ma lo strano medico non si arrese e iniziò il suo racconto. Attorcigliò tutti i fili del burattino e lo lasciò sul lettino, poi piano piano con parole semplici accompagnò i suoi gesti mentre sbrogliava filo dopo filo: " tu ti senti come lui, triste perchè anche lui non si può muovere liberamente come accadeva a te che ti sentivi sempre stanco, ma adesso io lo aiuto sbrogliando con pazienza i fili che lo tengono prigioniero; così tu devi fare con te stesso controllando e aiutando il tuo pancreas con la somministrazione dell'insulina tramite piccole iniezioni di vita; aggiungerai una dieta corretta, un'attività fisica e farai test di autocontrollo della glicemia, così potrai stare meglio proprio come lui " e uscì dalla stanza. Ricordò che piano piano si avvicinò al suo nuovo amico e cominciò a muovere i suoi fili, e quando la mamma entrò ritrovò il suo sorriso. Quando fu dimesso andò a cercare il " MEDICO DEI BALOCCHI ", voleva restituirgli il suo burattino; lo trovò con un aeroplanino in mano, mentre spiegava ad un piccolo paziente asmatico che quel mezzo faceva capricci e non voleva volare perchè aveva paura dell'aria così ricca di pulviscoli che gli facevano perdere quota. Lui sorrise, e ancora oggi a distanza di anni crede che la semplicità delle parole sia il patrimonio dei grandi; il medico non volle indietro il suo burattino, gli strinse la mano incoraggiandolo ad essere un bambino forte, a confidarsi con il nuovo amico e contare sempre su di lui tutte le volte che fosse andato in reparto. Fu l'unica cosa che portò via dalla vecchia casa, lo mise nella tasca sinistra della giacca ad un passo dal cuore, richiuse la porta mentre si allontanava stringendo la sua infanzia nel ricordo di " UN MEDICO DEI BALOCCHI " che faceva muovere i giocattoli con i fili invisibili che legavano i ricordi agli affetti più cari. Grazie a tutti i " MEDICI DEI BALOCCHI " che riescono con le loro parole a strappare sorrisi a tutti i bambini ricoverati negli ospedali, aiutandoli ad affrontare la vita nonostante malattie croniche dalle quali non guariranno ma con le quali convivranno e diventeranno grandi, legando la loro infanzia al ricordo di persone speciali; sarà sempre bello per loro ritrovare il coraggio e la forza nell'affrontare le preoccupazioni che una malattia comporta anche grazie ad un vecchio burattino dai fili attorcigliati.




Grazie di cuore a tutti coloro che, in qualsiasi modo, alleviano il dolore dei piccoli malati...