martedì 14 febbraio 2012

Un emisfero in una chioma - Cherles Baudelaire (Parigi, 9 aprile 1821 – Parigi, 31 agosto 1867)





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Lasciami respirare a lungo, a lungo, l’odore dei tuoi capelli. affondarvi tutta la faccia, come un assetato nell'acqua di una sorgente, e agitarli con la mano come un fazzoletto odoroso, per scuotere dei ricordi nell'aria.
Se tu sapessi tutto quello che vedo! tutto quello che sento! tutto quello che intendo nei tuoi capelli! La mia anima viaggia sul profumo come l'anima degli altri viaggia sulla musica.
I tuoi capelli contengono tutto un sogno, pieno di vele e di alberature: contengono grandi mari, i cui monsoni mi portano verso climi incantevoli, dove lo spazio è più bello e più profondo, dove l’atmosfera è profumata dai frutti. dalle foglie e dalla pelle umana.
Nell'oceano della tua capigliatura, intravedo un porto brulicante di canti malinconici, di uomini vigorosi di ogni nazione e di navi di ogni forma, che intagliano le loro architetture fini e complicate su ün cielo immenso dove si abbandona il calore eterno.
Nelle carezze della tua capigliatura, io ritrovo i languori delle lunghe ore passate su un divano, nella camera di una bella nave, cullate dal rullio impercettibile del porto, tra i vasi da fiori e gli orcioli che rinfrescano.
Nell’ardente focolare della tua capigliatura, respiro l’odore del tabacco, confuso a quello dell’oppio e dello zucchero: nella notte della tua capigliatura, vedo risplendere l’infinito dell'azzurro tropicale; sulle rive lanuginose della tua capigliatura, mi inebrio degli odori combinati del catrame, del muschio e dell’olio di cocco.
Lasciami mordere a lungo le tue trecce pesanti e nere. Quando mordicchio i tuoi capelli elastici e ribelli, mi sembra di mangiare dei ricordi.




Buon San Valentino a chi ancora ci crede...


domenica 12 febbraio 2012

Il medico dei balocchi - Racconto di Adriana de Ranieri





Tornare dopo molti anni nella casa dei suoi genitori lo emozionava, sapeva che l'avrebbe trovata vuota e questo lo rendeva triste, ma al tempo stesso desideroso di incontrare di nuovo tra quelle mura i suoi ricordi passati. Aprì la porta e subito si ritrovò circondato da tanti cari oggetti che lo riportarono alla sua infanzia; fu salutato dal vecchio orologio a cucù dell'ingresso legato all'immagine del padre e alle sue litigate perchè non riusciva mai a farlo essere puntuale, lui che aveva insegnato al figlio a misurare il tempo per non perderlo mai; anche la poltrona della nonna in salotto sembrò volergli narrare ancora vecchie fiabe antiche che sapevano di magia, mentre in cucina ritrovò i profumi che sapevano di mamma. Nella cameretta ritornò il bambino che era stato, e aprendo il baule dei giochi si ritrovò tra le mani il vecchio trenino con i suoi vagoncini colorati che lo aveva fatto viaggiare in paesi lontani, le automobiline ammaccate lo trasportarono in gare senza vincitore, il vecchio cagnolino con un occhio solo compagno prezioso di notti fatte di paure legate al buio, con lui che lo stringeva forte forte per combattere l'uomo nero che si nascondeva negli angoli. Ma i suoi occhi si velarono di lacrime quando si trovò tra le mani un vecchio burattino: questo lo riportò in una cameretta di ospedale dove era stato ricoverato per scoprire le cause dei suoi malesseri (frequenti episodi febbrili, sete continua, aumentata quantità di urine), e rivisse anche l'umiliazione di trovare il suo lettino bagnato e la mamma che lo confortava con parole che sapevano d'amore; poi la perdita di peso le continue infezioni e così... la decisione di ricovero. Fu in ospedale che sentì per la prima volta la parola " DIABETE ", il medico spiegò ai genitori che si trattava di una malattia cronica che causa elevati livelli di glucosio nel sangue, dovuta ad un'alterata quantità dell'insulina, un ormone prodotto dal pancreas che consente al glucosio l'ingresso nelle cellule e il suo conseguente utilizzo come fonte energetica: quando questo meccanismo è alterato, il glucosio si accumula nel circolo sanguigno. Il suo primo pensiero fu quello di essere diverso dagli altri bambini e di non poter più far parte del mondo dell'infanzia fatto di spensieratezza e di sogni legati al filo di un aquilone. A niente valsero le parole della mamma e del papà che cercavano di confortarlo; poi una mattina vide far capolino dalla porta della sua stanza di ospedale uno strano medico con i mano un burattino, ma a lui proprio non andava di giocare, aveva ben altri pensieri, ormai era diventato improvvisamente grande e il suo unico compagno di giochi era questa malattia che lo costringeva a controllare giorno dopo giorno la sua vita; ma lo strano dottore non si perse d'animo e si presentò come " IL MEDICO DEI BALOCCHI ". " Io curo i giocattoli, e questo che vedi nelle mie mani è il mio aiutante prezioso, sono qui per aiutarti a capire la tua malattia, questo burattino soffre di diabete come e te e grazie alle mie cure come puoi vedere adesso balla, canta, e si muove come prima, anzi ti dirò che è diventato anche più famoso di Pinocchio ". Lui lo guarda e credeva pensasse che fosse uno sciocco al quale si potessero raccontare frottole e farle passare per vere; non gli rispose, ma lo strano medico non si arrese e iniziò il suo racconto. Attorcigliò tutti i fili del burattino e lo lasciò sul lettino, poi piano piano con parole semplici accompagnò i suoi gesti mentre sbrogliava filo dopo filo: " tu ti senti come lui, triste perchè anche lui non si può muovere liberamente come accadeva a te che ti sentivi sempre stanco, ma adesso io lo aiuto sbrogliando con pazienza i fili che lo tengono prigioniero; così tu devi fare con te stesso controllando e aiutando il tuo pancreas con la somministrazione dell'insulina tramite piccole iniezioni di vita; aggiungerai una dieta corretta, un'attività fisica e farai test di autocontrollo della glicemia, così potrai stare meglio proprio come lui " e uscì dalla stanza. Ricordò che piano piano si avvicinò al suo nuovo amico e cominciò a muovere i suoi fili, e quando la mamma entrò ritrovò il suo sorriso. Quando fu dimesso andò a cercare il " MEDICO DEI BALOCCHI ", voleva restituirgli il suo burattino; lo trovò con un aeroplanino in mano, mentre spiegava ad un piccolo paziente asmatico che quel mezzo faceva capricci e non voleva volare perchè aveva paura dell'aria così ricca di pulviscoli che gli facevano perdere quota. Lui sorrise, e ancora oggi a distanza di anni crede che la semplicità delle parole sia il patrimonio dei grandi; il medico non volle indietro il suo burattino, gli strinse la mano incoraggiandolo ad essere un bambino forte, a confidarsi con il nuovo amico e contare sempre su di lui tutte le volte che fosse andato in reparto. Fu l'unica cosa che portò via dalla vecchia casa, lo mise nella tasca sinistra della giacca ad un passo dal cuore, richiuse la porta mentre si allontanava stringendo la sua infanzia nel ricordo di " UN MEDICO DEI BALOCCHI " che faceva muovere i giocattoli con i fili invisibili che legavano i ricordi agli affetti più cari. Grazie a tutti i " MEDICI DEI BALOCCHI " che riescono con le loro parole a strappare sorrisi a tutti i bambini ricoverati negli ospedali, aiutandoli ad affrontare la vita nonostante malattie croniche dalle quali non guariranno ma con le quali convivranno e diventeranno grandi, legando la loro infanzia al ricordo di persone speciali; sarà sempre bello per loro ritrovare il coraggio e la forza nell'affrontare le preoccupazioni che una malattia comporta anche grazie ad un vecchio burattino dai fili attorcigliati.




Grazie di cuore a tutti coloro che, in qualsiasi modo, alleviano il dolore dei piccoli malati...




sabato 11 febbraio 2012

Parigi / Basquiat prova a battere Monet...



Jean Michel Basquiat  15 octobre 2010 - 30 janvier 2011
au Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris.


Quasi si trattasse di una competizione sportiva, a Parigi  i numeri parlano chiaro! Il successo della mostra di Basquiat, il pittore afro-americano prematuramente scomparso nel 1988, il pupillo di Andy Warhol, ha sorpreso stavolta gli stessi organizzatori quanto ad affluenza di pubblico. Il confronto con quella di Claude Monet al Grand Palais nasce spontaneo. All'ingresso di Avenue du Président Wilson code interminabili di persone, giovani ma anche meno giovani, si snodano per alcune centinaia e centinaia di metri. E l'obiettivo finale è lo stesso: ammirare le contraddizioni della società  postmoderna efficacemente tradotte in segno sulle tele di Basquiat.
Quando si tratta di tela e non di altro materiale di recupero altrettanto valido a contenere e ad esprimere l'enigma dell' essere e dell'esserci per Basquiat.
Fino ad oggi i visitatori della mostra sono stati più di duecento mila ma fino al 30 gennaio, data di chiusura, il numero è destinato sicuramente a salire e di molto.
Pertanto, chi non lo avesse fatto, e ne avesse invece l'opportunità, non perda l'occasione. Non fosse altro che per constatare de visu quella che solo apparentemente è una sfida tra "vecchio" e "nuovo".
Perché nell'ARTE  parentele e affinità ci sono, sempre e comunque, a livello sia spaziale che temporale.
Come sostiene  Aby  Warburg  il tempo, infatti, non si srotola come il filo di una matassa e classicismo e modernità sono perfettamente in grado di dialogare.
Centralità è l'uomo.
A cura di Marianna Micheluzzi



Jean-Michel Basquiat
(Brooklyn, 22 dicembre 1960 – New York, 12 agosto 1988)


La mostra di cui sopra si è svolta l'anno scorso e questo post faceva parte del mio vecchio blog. Mi piace riproporlo.



venerdì 10 febbraio 2012

Per non dimenticare....






“Sette storie istriane”
Un reportage di Nevio Casadio

Tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta gran parte degli italiani residenti in Fiume, Istria e Dalmazia, abbandonò la casa, il lavoro e gli affetti. Secondo le stime più attendibili, un numero oscillante tra 300.000 e 350.000 unità.

Donne, uomini, vecchi e bambini costretti all'esilio, spinti dalla perdita delle proprie terre, cedute alla Iugoslavia di Tito che aveva appena vinto la guerra di liberazione contro il nazi-fascismo.

Un esodo drammatico, indotto in prima persona dal medesimo Tito che, a partire dal 1945, aveva inviato in Istria diversi agenti allo scopo di indurre gli italiani ad andar via, adottando la stessa arma di chi aveva sconfitto: l'arma del terrore.

Prima e durante questo esodo, altre migliaia di Italiani furono uccisi: i loro corpi scaraventati nelle foibe o annegati nel mare davanti a Zara. Un intreccio di vendette, giustizialismi sommari e rivalse sociali. Un'autentica pulizia etnica per sradicare la presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia.

Il reportage di Nevio Casadio si snoda tra i luoghi dell'esodo. Tra chi restò in Istria, dov'era nato italiano e tra chi partì, per restare italiano. Il viaggio inizia a Fertilia, in Sardegna, dove approdarono in tanti:  figli della diaspora.

Il borgo di Fertilia, nei pressi di Alghero, era nato nel 1936 con la costruzione della chiesa parrocchiale ad opera dell'Ente Ferrarese di Colonizzazione, istituito da Mussolini per dare occupazione alla popolazione della provincia di Ferrara, in condizioni di estrema precarietà.

Nel dopoguerra saranno gli esuli di Istria e Dalmazia a popolare la borgata. Un insediamento divenuto, in breve tempo, un microcosmo di accenti istroveneti accanto alla comunità catalana di Alghero.

Oggi, come allora, le strade e le piazze di Fertilia richiamano i luoghi e gli avvenimenti storici del Veneto e della Venezia Giulia. Accanto alla chiesa dedicata a San Marco, svetta un campanile dalla cuspide simile a quello di piazza San Marco a Venezia. Un obelisco con il leone alato ricorda l'approdo, in terra sarda, degli esuli.

Da Fertilia, il viaggio prosegue nel Quartiere Giuliano Dalmata, in Roma. Nacque come Villaggio Operaio E42, per alloggiare gli operai impegnati nell'allestimento dell'Esposizione Universale di Roma. Con lo scoppio della guerra, gli operai abbandonarono le loro case che, dopo una breve occupazione anglo americana, rimasero disabitate. Nel 1947, dodici famiglie di profughi giuliani  si insediarono nel villaggio, ribattezzandolo Villaggio Giuliano.

Oggi, gli esuli e i figli degli esuli, hanno mantenuto le tradizioni della terra dei padri. Con la nostalgia radicata di una terra, ampliata dal ricordo di storie ascoltate e narrate nella lingua dell'infanzia, in ogni occasione.  Nei giorni di festa o di lutto.

Le telecamere oltrepassano poi la frontiera, in una terra, la Venezia Giulia, che non aveva confini. A Capodistria, in Slovenia, la televisione Tele Koper si rivolge al pubblico di lingua italiana, a difesa delle radici. Le nuove generazioni, con in tasca il passato, rivolgono lo sguardo al futuro e all'Europa, cercando di abbattere le frontiere tra gli uni e gli altri.

A Fiume, oggi nella Repubblica Democratica di Croazia, sono le donne a raccontare la loro vita di figlie di italiani fiumani, che avevano deciso di restare e vivere nella propria città, passata sotto il regine jugoslavo di Tito.

I figli e nipoti degli esuli incontrati a Fertilia, o a Roma nel Quartiere Giuliano Dalmata, sono orgogliosi della decisione presa un tempo dalla famiglia di origine, di avere intrapreso la strada dell'esodo all'insegna della libertà e dell'amor di patria. Anche le donne incontrate a Fiume, sono orgogliose della scelta dei padri che diversamente avevano deciso di restare. “Sono orgogliosa della scelta dei miei e mi sento fiumana, italiana ed europea” l'affermazione raccolta, per lo più, tra le donne della Comunità italiana di Fiume in Croazia.

Si giunge a Dignano, fino al 1945 Dignano d'Istria, oggi Vodnian: un comune della Croazia, a 10 km a nord di Pola. La popolazione italiana, con l'arrivo dei titini, per la maggior parte scelse l’esulo. Oggi, di quegli italiani, è rimasto qualcuno. In una casa che ancora conserva nella facciata le scritte con la stella rossa titina, abita uno dei pochi “restati”. Luciano Biasol, in omaggio al padre antifascista che aveva abbracciato la dittatura di Tito, ha continuato a vivere qui facendo l'agricoltore e abitando nella casa di un esule che mai più è ritornato. Oggi, l'anziano Biasol, si confronta in dialetto istriota con la nipotina che studia a Zagabria, innamorata di un ragazzo croato e dell'Italia, che visita quando può,  per incontrare i parenti italiani esulati a Torino.

A Zucconi, divenuta Cokuni, un borgo istriano di tre case sparse, tra Marzana e Dignano, sempre dalle parti di Pola, abita e vive da sempre Maria Zuccon, oggi un'anziana signora. Nella stessa casa, nacque la madre di Sergio Marchionne e in quella casa lo stesso piccolo Sergio ha trascorso parte della sua infanzia.

Il viaggio tra gli esuli italiani in Italia  e i restati nell'Istria, in Dalmazia e a Fiume, ieri terre italiane, oggi slovene e croate, approda a Basovizza. Il paese, accanto a Trieste, conserva una delle diverse foibe in cui furono sterminati, scaraventati vivi nelle cavità carsiche, migliaia di italiani, colpevoli di essere italiani. Non dimenticherà mai più uno dei testimoni allora bambino: “Sì, sì lo ricordo. 1946, avevo 8 anni. Una manifestazione in piazza, sulle finestre della prefettura, due miei cugini legati con il ferro spinato, processati davanti a tutti, davanti al popolo di Dignano, perché italiani, infoibati la sera stessa. Quei due miei cugini, infoibati perché italiani e sono stati infoibati davanti alla loro madre. Io in prima fila… Mi ricordo che venne mia madre, per non farmi assistere a certe cose… a certi insulti anche, gli sputavano in faccia, mi prese e mi diede un calcio sul sedere: -vai a casa, che non sono cose che tu possa  vedere-”.

Il viaggio tra chi “esulò” e chi “restò”, i loro figli e nipoti, termina a Trieste. Terra di confine, da sempre crogiolo di etnie e religioni diverse all'insegna, è oggi un crocevia di pace. Nel 2010, in piazza Unità d'Italia, il Maestro Riccardo Muti diresse il concerto dell'Amicizia, alla presenza dei capi  di Stato, d'Italia, Slovenia e Croazia. Nella piazza, la folla ascoltò gli Inni dei tre Paesi, riuniti nei segni di riconciliazione e di pace.

Il Presidente Giorgio Napolitano in occasione di una Giornata del Ricordo, affermò:
“Va ricordato l’imperdonabile orrore contro l’umanità costituito dalle foibe, ma egualmente l’odissea dell’esodo, e del dolore e della fatica che costò a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell’Italia tornata libera e indipendente ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale. E va ricordata la “congiura del silenzio” [...]. "la fase meno drammatica ma ancor più amara e demoralizzante dell'oblio”.

Nevio Casadio, giornalista, autore televisivo. Tra i diversi quotidiani e settimanali ha scritto per La Repubblica, Oggi e Il Mattino. In Rai ha lavorato negli spazi di approfondimento, da Speciale Tguno a La storia siamo noi; da tv7 a C’era una volta; da Frontiere a Piazzale degli Eroi, firmando numerosi reportage ed inchieste, in Italia e nel mondo, dai Balcani all’India. Tra i riconoscimenti, ha vinto il Premio Guidarello per il giornalismo d’autore e tre volte il Premio Giornalistico Televisivo Ilaria Alpi. Nel 2007, Enzo Biagi al suo rientro in Rai, lo ha chiamato a far parte della nuova trasmissione RT/Rotocalco Televisivo di Rai Tre, in qualità di coautore  e di inviato speciale del programma per il quale ha poi firmato numerosi reportage, prevalentemente dedicati alle vittime del lavoro e a tematiche sociali.


mercoledì 8 febbraio 2012

Haiku





HAIKU è una importante forma di arte poetica, sviluppatasi fra la nobile classe giapponese nel XVI secolo. Tradotto letteralmente significa "motto di spirito". Il metro di valutazione ed il contenuto di un haiku sono "fendere come una lama tagliente".

  L'haiku fu creato in Giappone nel XVII secolo (ma deriva dal tanka che risale già al IV secolo).  E' un componimento poetico rigorosamente composto da tre versi rispettivamente di 5 - 7 - 5 sillabe contenente il Kigo ( un riferimento stagionale che definisce il momento dell'anno in cui viene composto o al quale è dedicato ) o il Piccolo Kigo ( un riferimento ad una parte del giorno ). L'haiku è una poesia dai toni semplici, senza alcun titolo, che elimina fronzoli lessicali e congiunzioni, traendo la sua forza dalle suggestioni della natura e delle stagioni: per via dell'estrema brevità la composizione richiede una grande sintesi di pensiero e d'immagine.  Soggetto dell'haiku sono scene rapide ed intense che rappresentano appunto, in genere, la natura e le emozioni che esse lasciano nell'animo dell'haijin (il poeta).  La mancanza di nessi evidenti tra i versi lascia spazio ad un vuoto ricco di suggestioni, quasi come una traccia che sta al lettore completare.  Se non contiene il Kigo né il Piccolo Kigo  il componimento prende il nome di Senryu. (G.R.)





Alberi spogli
su brune zolle oziano
Tramonto infuoca
©MG


martedì 7 febbraio 2012

La Rabbia - Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975)





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Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica. Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia, la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia lì, con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista e ricostruttore è "scomparso": l'Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalità dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.
Egli osserva con distacco - il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti del dopoguerra: il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il ritorno delle ceneri dei morti...
E... il ministro Pella, che, tronfiamente, suggella la volontà dell'Italia a partecipare all'Europa Unita.
È così che ricomincia nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti si susseguono ai gabinetti, gli aereoporti sono un continuo andare e venire di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace, rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente della guerra fredda e della Germania divisa, si profilano le nuove figure dei protagonisti della storia nuova.
Krusciov, Kennedy, Nehru, Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.
Finché si arriva a Ginevra, all'incontro dei quattro grandi: e la pace, ancora turbata, va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa normalizzazione che è consacrazione della potenza e conformismo, non può che crescere ancora.
Cos'è che rende scontento il poeta?
Un'infinità di problemi che esistono e nessuno è capace di risolvere: e senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, è irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo strascico di martiri, di morti.
O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha infinite forme. È l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della istruzione, dalla prepotenza della maggioranza. È l'odio per tutto ciò che è diverso, per tutto ciò che non rientra nella norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi è diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.

È così che riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia piano piano a riempirsi di morti.
Il mondo sembra, per qualche settimana, quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati di neve. Morti sventrati sotto il solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia, sempre più integrale e profonda, l'illusione della pace e della normalità'. Ma, insieme alla vecchia Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna: il neocapitalismo; il Mec, gli Stati Uniti d'Europa, gli industriali illuminati e "fraterni", i problemi delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema, nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale. Il poeta servile si annulla, vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.
Così, mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa più raffinata e per pochi, questi "pochi" divengono, fittiziamente, tanti: diventano "massa". È il trionfo del "digest" e del "rotocalco" e, soprattutto della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre più irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, è un mondo che uccide.
Povera, dolce Marylin, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalità che rallegra e uccide.
Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. Il tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano così, te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia del pianto, a voltare le spalle a questa realtà dannata, alla fatalità del male.
Perché: finché l'uomo sfrutterà l'uomo, finché l'umanità sarà divisa in padroni e in servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui.
E ancora oggi, negli anni sessanta le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro società è la stessa che ha prodotto le grandi tragedie di ieri.
Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passono ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili o in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi.
È da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici è il futuro di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta può intuire... una di quelle sorprese che ha la vita quando vuole continuare... forse... Forse il sorriso degli astronauti: quello forse, è il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.
Pier Paolo Pasolini

Cambiano gli scenari, gli anni, i politici.... ma nulla cambia, in realtà! MG


lunedì 6 febbraio 2012

Procedimenti per violenza sessuale di gruppo...





Dolce creatura il mio canto di dolore

sale al cielo per te

raggiunge la stanza degli angeli puri

intono il canto delle donne violate

le mie note di sangue e carne

per le orecchie della purezza.

Dolce donna il tuo corpo

grida alla mia porta

graffia con i lamenti il mio cuore

raccolgo per te i fiori degli spiriti

corone per il tuo capo piegato

dai demoni del male.

(di Maria Leone)



Nei procedimenti  per violenza sessuale di gruppo, il giudice non è più obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, dando un' interpretazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010.

In base a tale valutazione, la Cassazione ha pertanto annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere - ritenendo che fosse l'unica misura cautelare applicabile - per due giovani (difesi dagli avvocati Lucio Marziale, Nicola Ottaviani ed Eduardo Rotondi) accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate ed ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perche' faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell'interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale. A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata sulla base di un diffuso allarme sociale legato alla recrudescenza di episodi di aggressioni alle donne - non era consentito al giudice (salvo che non vi fossero esigenze cautelari) di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari diverse e meno afflittive della custodia in carcere alla persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza. Investita della vicenda, la Corte Costituzionale, nell'estate del 2010, ha ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (liberta' personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto si' alle alternative al carcere "nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure".

Ora la terza sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n.4377/12) ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni sono 'in toto' applicabili anche alla 'violenza sessuale di gruppo' (art. 609 octies codice penale), dal momento che quest'ultimo reato "presenta caratteristiche essenziali non difformi" da quelle che la Consulta ha individuato per le altre specie di reati sessuali sottoposti al suo giudizio. "Unica interpretazione compatibile" con i principi fissati dalla sentenza della Corte Costituzionale - ha concluso la Cassazione - "e' quella che estende la possibilita' per il giudice di applicare misure diverse dalla custodia carceraria anche agli indagati sottoposti a misura cautelare" per il reato di violenza sessuale di gruppo., il giudice non e' piu' obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma puo' applicare misure cautelari alternative. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, dando un' interprestazione estensiva ad una sentenza della Corte Costituzionale del 2010.

In base a tale valutazione, la Cassazione ha pertanto annullato una ordinanza del Tribunale del riesame di Roma, che aveva confermato il carcere - ritenendo che fosse l'unica misura cautelare applicabile - per due giovani (difesi dagli avvocati Lucio Marziale, Nicola Ottaviani ed Eduardo Rotondi) accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del frusinate ed ha rinviato il fascicolo allo stesso giudice perche' faccia una nuova valutazione, tenendo conto dell'interpretazione estensiva data dalla Suprema Corte alla sentenza n. 265 del 2010 della Corte Costituzionale. A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata sulla base di un diffuso allarme sociale legato alla recrudescenza di episodi di aggressioni alle donne - non era consentito al giudice (salvo che non vi fossero esigenze cautelari) di applicare, per i delitti di violenza sessuale e di atti sessuali con minorenni, misure cautelari diverse e meno afflittive della custodia in carcere alla persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza. Investita della vicenda, la Corte Costituzionale, nell'estate del 2010, ha ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (liberta' personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto si' alle alternative al carcere "nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure".

Ora la terza sezione penale della Corte di Cassazione (sentenza n.4377/12) ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni sono 'in toto' applicabili anche alla 'violenza sessuale di gruppo' (art. 609 octies codice penale), dal momento che quest'ultimo reato "presenta caratteristiche essenziali non difformi" da quelle che la Consulta ha individuato per le altre specie di reati sessuali sottoposti al suo giudizio. "Unica interpretazione compatibile" con i principi fissati dalla sentenza della Corte Costituzionale - ha concluso la Cassazione - "e' quella che estende la possibilita' per il giudice di applicare misure diverse dalla custodia carceraria anche agli indagati sottoposti a misura cautelare" per il reato di violenza sessuale di gruppo.

                                                 

SONO TRISTE E SCHIFATA DI VIVERE IN UN PAESE CHE NON RICONOSCO PIÙ', CHE NON LO SENTO PIÙ MIO, CHE MI HA RUBATO UN PADRE PER DIFENDERLO E CHE ORA MORIREBBE DI VERGOGNA PER DOVE SIAMO FINITI...